martedì 31 dicembre 2013

Discorsi di fine anno

Confesso di non avere l'abitudine di ascoltare con attenzione i discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica. Quando avevo 16 anni mi sembravano una cosa importantissima, e non me ne perdevo una parola; ora mi sembrano troppo spesso insopportabilmente intrisi di retorica, pieni di parole di circostanza, poco profetici e scarsamente decisivi per il futuro della politica italiana, anche di quello più prossimo (ogni tanto mi viene il dubbio che siano diventati così solo negli ultimi anni; mi è capitato tempo fa di ascoltare alcuni discorsi di Gronchi, Saragat, Leone e Pertini rimandati in onda su Rai Storia: nonostante anche allora la retorica abbondasse, gli appelli alla Nazione erano - mi pare - meno pretenziosi e quindi anche meno vacui...). Mi accontento dunque di coglierne i passaggi salienti nei telegiornali del giorno dopo.
Detto questo, il discorso di fine anno del Presidente è un rito istituzionale che è giusto conservare e rispettare. Soprattutto se l'alternativa è ascoltare le parole di Beppe Grillo.
Ho già notato, in qualche post recente, come Grillo abbia la tendenza a caricaturizzare ogni cosa: gli avversari politici, i problemi del Paese, e anche le proprie responsabilità. All'inizio, mi pareva più che altro un approccio stilistico scherzoso e niente affatto stupido: poteva servire a smitizzare determinati personaggi che avevano l'abitudine di prendersi troppo sul serio, ad avvicinare alla politica chi meno se ne interessava, persino a non sopravvalutare il proprio contributo al dibattito pubblico. Ora questa tendenza si sta trasformando in uno schema psicologico sclerotizzato, in una visione del mondo manieristica e banalizzante, in un modo di ragionare e di formulare giudizi semplicistico, arrogante e non privo di sfumature nichiliste.
Così, Grillo ha mutato se stesso nella caricatura di un rivoluzionario, ha creato un partito verticistico - di cui ha il controllo esclusivo insieme a Casaleggio - che è la caricatura di un movimento popolare, ha mandato in Parlamento delle caricature di parlamentari. L'aspetto preoccupante della questione è che, con il credito che in molti sembrano disposti a concedergli un po' troppo superficialmente, rischiamo presto di trovarci anche con un'Italia trasformata nella caricatura di una democrazia.
Buon anno a tutti.

domenica 29 dicembre 2013

Caterina Simonsen e i nazi-animalisti

Il caso di Caterina Simonsen, la studentessa di veterinaria all'Università di Bologna affetta da alcune malattie rare, sommersa di insulti da parte dei nazi-animalisti per essersi espressa sulla sua pagina facebook a favore dell'utilizzo degli animali nella sperimentazione scientifica (che le ha consentito di restare in vita sino ad ora), sta fortunatamente aprendo una riflessione sull'eccessiva invadenza nel nostro paese dell'animalismo khomeinista, che pretende di imporre universalmente una visione iper-partigiana per cui gli animali sono più importanti degli uomini.
Spero che da questa riflessione si approdi in fretta a una vera e propria rivoluzione culturale che riporti razionalmente l'uomo al centro dei nostri pensieri. In Italia, infatti, la ricerca sconta, oltre alla cronica insufficienza dei finanziamenti statali e privati, un'anomalia culturale che impone norme sulla sperimentazione animale assai più restrittive di quelle (già di per sé piuttosto severe) vigenti nel resto d'Europa e negli Stati Uniti.
Per me l'approccio al problema dovrebbe essere piuttosto semplice: agli animali vanno evitate sofferenze inutili, ma bisogna prendere atto che il contributo della sperimentazione animale a un rapido progresso delle scienze mediche è, ad oggi, assolutamente insostituibile.
Che in Italia si assuma istituzionalmente una simile concezione è uno dei miei auspici per l'anno 2014.

martedì 24 dicembre 2013

Buone feste

Buon Natale 2013, semplicemente e indistintamente, a tutti i lettori del blog.

Buone Feste

domenica 22 dicembre 2013

Riforma del lavoro: un tema da affrontare

La riforma del lavoro è un tema delicato, che richiede di essere affrontato con ogni cautela, ma che non può più essere procrastinato, visti i livelli raggiunti dalla disoccupazione nel nostro Paese, dovuti a profondi problemi del nostro sistema produttivo più che a una semplice crisi congiunturale.
Il complesso di proposte avanzato da Renzi mi sembra un buon punto di partenza per cominciare a discuterne; alcune cose andrebbero forse ritoccate, tanto può essere migliorato, e probabilmente la riforma andrebbe accompagnata da pesanti disincentivi per quegli imprenditori che decidono di "delocalizzare" spostando le proprie produzioni all'estero.
Riporto comunque questo articolo, tratto da Repubblica, perché illustra abbastanza nel dettaglio l'ipotesi presentata dal Segretario del Pd, senza cadere nella trappola delle solite polemiche fiorite intorno all'eventuale abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori:

Un contratto di lavoro stabile a tempo indeterminato con tutele crescenti per tutti i nuovi assunti. È il perno del "Piano per il lavoro" che il segretario del Partito democratico Matteo Renzi punta a presentare entro la fine di gennaio. Un Job Act pensato più per creare lavoro che per regolare il lavoro. Per questo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, diventato comunque soft dopo le modifiche introdotte con la legge Fornero, ha un ruolo marginale nell'impostazione renziana.
L'obiettivo è ricomporre il lavoro frantumato negli ultimi decenni che ha prodotto il dualismo tra garantiti e non, tra lavoratori giovani e lavoratori maturi. La strada non è però quella di bloccare la flessibilità, cancellando magari i contratti atipici o riducendone le tipologie, come era stato proposto nel passato dal Partito democratico in cui prevaleva l'ancoraggio alla cultura operaista, intorno alla quale era stato costruito a partire dagli anni Settanta tutto il sistema di protezioni sociali, dalle pensioni alla cassa integrazione. Ora alla guida del Pd c'è una generazione di trentenni che è cresciuta nella flessibilità. Dunque non saranno loro a pensare di imbattersi in una battaglia contro la flessibilità. Sarebbe persa. Sarà invece una battaglia contro la precarietà che ha resto fragile proprio la loro generazione.
UN CONTRATTO STABILE
Il gruppo che ha in mano il dossier lavoro (ci sono la responsabile dell'area Marianna Madia, quello del Welfare Davide Faraone, Taddei ma anche l'economista-matematico Yoram Gutgeld alle cui tesi è molto sensibile Renzi) pensa che si debbano innanzitutto impedire gli abusi dei contratti flessibili. Se un contratto è a tempo per esigenze produttive non può surrettiziamente trasformarsi in contratto a tempo indeterminato attraverso una serie di pause e rinnovi. Stesso ragionamento per i contratti interinali. Da qui l'idea di un contratto unico, sulla scia delle proposte già avanzate da tempo dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi e dal giuslavorista Pietro Ichino.

Resta il nodo dell'articolo 18, che regola la tutela dei licenziamenti senza giusta causa, prevedendo il reintegro ormai solo nel caso della discriminazione. La discussione è ancora aperta ma sembra prevalere l'impostazione (modello Boeri-Garibaldi) in base alla quale i neoassunti verrebbero esclusi dall'applicazione dell'articolo 18 per i primi tre anni, durante i quali, peraltro, l'imprenditore non pagherebbe i contributi che sarebbero a carico dello Stato. Mentre per i lavoratori flessibili il progetto prevede l'estensione delle tutele: dalla maternità alla malattia.
Non c'è dubbio che, anche questa volta, l'applicazione o meno dell'articolo 18 sarà uno spartiacque. Ieri è arrivato il messaggio del segretario della Fiom, Maurizio Landini: "Se Renzi vuole fare una cosa intelligente, ripristini l'articolo 18 per impedire i licenziamenti ingiustificati. Ripristini un diritto di civiltà".
SUSSIDIO E FORMAZIONE
Chi perderà il lavoro avrà diritto a un sussidio di disoccupazione universale al posto dell'attuale cassa integrazione. Sarà uguale per tutti, senza distinzione in base alle dimensioni dell'azienda, all'area geografica, all'età anagrafica. Nel ragionamento della squadra di Renzi sarà il "paracadute" per tutti, visto che attualmente solo un lavoratore su tre ha diritto alla cassa integrazione, e che compenserà la maggiore flessibilità in uscita. Renzi punta a rafforzare lo schema già introdotto dalla Fornero con l'Aspi (l'assicurazione sociale per l'impiego). E guarda al modello tedesco, a quel "pacchetto Hartz" che dal 2005 ha sostenuto la ripresa della Germania: sussidio di disoccupazione e obbligo di frequentare un percorso di formazione. "Riqualificazione e formazione devono essere gli obiettivi per far funzionare il mercato del lavoro", spiegano i renziani. In sostanza il sussidio diventerebbe il paracadute, la formazione la leva per rientrare nel mercato attivo del lavoro.
CENTRI PER L'IMPIEGO
Per fare questo sarà necessario intervenire sui centri per l'impiego che oggi intermediano meno del 5 per cento delle assunzioni contro, per esempio, un 20 per cento in Gran Bretagna. Il Pd sta ragionando sulla possibilità di integrare il servizio dei centri pubblici con quello delle agenzie private per il lavoro.
SINDACATI E PARTECIPAZIONE
Il singolare asse tra Renzi e Landini comincia a dare i suoi frutti. Il segretario del Pd pensa che, tanto più in una fase di crisi della rappresentatività dei soggetti sociali, si debba misurare il peso di ciascun sindacato. Serve dunque una legge sulla rappresentatività. Un cavallo di battaglia della Cgil e della Fiom che, anche a causa dell'assenza di un normativa di questo tipo, è stata esclusa dai tavoli negoziali con la Fiat di Sergio Marchionne. Certo, Renzi su questo si imbatterà sulla contrarietà della Cisl di Raffaele Bonanni, che considera questa materia di competenza delle parti sociali. E Renzi rischia di trovare il muro della Confindustria per frenare l'altra proposta sui sindacati: quella di far entrare i rappresentanti dei lavoratori (anche qui il modello tedesco) nei consigli di amministrazione delle aziende. Gli industriali si sono sempre opposti a questa eventualità. Comunque il "Piano per il lavoro" sarà oggetto di confronto con tutte le parti sociali, con la maggioranza e con il governo.
DIFESA DEL LAVORO
Il punto centrale resta - come dicono nello staff renziano - la creazione del lavoro. Così una delle ipotesi su cui si sta ragionando è quella di fissare alcuni paletti per difendere il lavoro in Italia. Esempio: ogni anno vengono stanziati più di 200 milioni a sostegno della produzione di film. Che poi vengono spesso girati in altri paesi, dal Marocco alla Romania, creando lì le occasioni di lavoro. Bene, si potrebbe fissare una regola secondo la quale l'accesso ai fondi sia vincolato alla produzione almeno per il 50 per cento in Italia.

venerdì 20 dicembre 2013

Riforma carceraria e polemiche inutili

Ogni volta che si tenta di porre rimedio al sovraffollamento carcerario, prospettando una riforma o un'amnistia che normalizzi la situazione alleggerendo l'intollerabile pressione a cui sono sottoposti non solo i detenuti, ma anche coloro che nelle carceri lavorano, interviene chi prova a sollevare polveroni per lasciare tutto com'è.
Negli ultimi giorni è in corso una vera e propria campagna di stampa contro l'ipotesi di amnistia, basata sull'allarme provocato dalle evasioni di due pericolosi pluriomicidi cui era stato concesso (invero in maniera un tantino incauta) un permesso premio.
A ben vedere, però, che cosa c'entrano questi casi con l'amnistia? Tralasciamo l'ovvia osservazione che un provvedimento di amnistia riguarderebbe naturalmente i responsabili di reati di poco conto e tali da non creare allarme sociale, e non certo degli omicidi; vogliamo invece dire che, spesso, i permessi "facili" vengono concessi anche a chi non li meriterebbe proprio perché le carceri letteralmente scoppiano?
E' chiaro che la stragrande maggioranza di chi è in carcere merita di essere lì, e che la risposta migliore al sovraffollamento carcerario sarebbe la costruzione di nuovi penitenziari; dato però che questo non è possibile, perché non ci sono soldi (e se ci fossero andrebbero forse impiegati per emergenze ben più gravi), credo che la scelta più razionale sia quella di optare, nel novero dei provvedimenti attuabili, per quello più funzionale allo scopo di restituire efficienza al sistema carcerario, e di ripristinare la funzione principale della restrizione carceraria, ovvero quella di rieducare alla convivenza civile coloro che della convivenza civile hanno infranto le regole essenziali. Oggi le prigioni italiane non svolgono affatto questo compito, con grave danno per l'intera comunità dei cittadini.

giovedì 19 dicembre 2013

Trasformazioni e trasformismi

E' chiaramente in atto una profonda trasformazione degli assetti della politica italiana, e come in tutte le fasi di trasformazione la confusione è tanta. Così, tutti gli attori del sistema tentano di affrontare il disorientamento dell'elettorato con i mezzi di cui dispongono: il centrosinistra, affidandosi a Renzi, ha scelto un leader dalla forte personalità e dalla grande capacità icastica, in grado di lanciare parole d'ordine e di assumere prese di posizione che colpiscono e rimangono impresse; Grillo, che è più bravo ad attaccare chi non la pensa come lui che a formulare proposte convincenti, si lancia quotidianamente in una rappresentazione (secondo me banalmente) caricaturale degli avversari e delle loro proposte, onde appiattire il dibattito pubblico sui soliti temi ad alto tenore populistico e a basso grado di complessità. Altri ancora provano ad affidarsi ai richiami alla tradizione per apparire solidi e rassicuranti, ma rischiano di rimanere schiacciati.
Quello che non manca mai, in questi periodi di passaggio, è l'alto rischio di trasformismi e di autoriciclaggi ben mascherati. Ma forse si tratta dell'inevitabile scotto da pagare al cambiamento

lunedì 16 dicembre 2013

Rimborsi elettorali: come fare a chi la spara più grossa

In questi giorni assisto con un certo scoramento al modo in cui si sta sviluppando il dibattito sull'abolizione dei rimborsi elettorali.
Già lo scorso anno avevo dichiarato di essere d'accordo con Renzi quando, in prossimità delle Primarie 2012, parlava dell'abolizione di tali rimborsi; nonostante il timore che l'abolizione totale dei finanziamenti pubblici avrebbe favorito in politica i lobbisti e chiunque avesse potuto contare su linee di credito private, constatavo infatti come l'esistenza dei rimborsi non avesse impedito a Berlusconi, nell'ultimo ventennio, di imporsi anche in virtù del proprio potere economico: stando così le cose, meglio non sprecare denaro pubblico per inseguire un'equità democratica comunque disattesa, e studiare un altro sistema capace di garantire la par condicio.
Detto questo, non è che i (troppi) soldi arrivati dallo Stato ai partiti in questi anni siano stati gettati dalla finestra, o utilizzati da tutti i politici per ragioni personali. In particolare, il bilancio del Pd è sempre stato certificato, e i soldi dei rimborsi sono stati utilizzati per mantenere le strutture di partito (il Pd conta centinaia di dipendenti...) e per fare propaganda politica. E' poi vero che i criteri con cui si decideva di finanziare le campagne elettorali di taluni candidati e non quelle di altri erano spesso discutibili e talvolta opachi; era però più che altro un problema interno, e non c'è nessun dubbio sul fatto che quei denari fossero reinvestiti in politica (la quale, checché ne dica qualcuno, è un'attività importante quant'altre mai).
Ora, Letta ha addirittura anticipato Renzi, studiando un sistema di contribuzione volontaria dei cittadini che garantisce sia l'abolizione del finanziamento pubblico "a pioggia", sia la sopravvivenza di quegli strumenti indispensabili alla vita democratica di un Paese moderno che sono i partiti.
Una soluzione senz'altro buona.
Cosa fa a questo punto Grillo, privato di uno dei suoi cavalli di battaglia? Alza assurdamente l'asticella e la spara grossa, chiedendo una restituzione dei soldi percepiti negli ultimi anni che sa essere impossibile.
Dimostrando, fra l'altro, di avere a cuore non tanto la realizzazione dei propri obiettivi dichiarati, quanto la presa del potere in sé e per sé, per la quale è disposto a fare uscite che non hanno alcun effetto pratico, ma sono un tentativo di accattivarsi la facile (anche se forse effimera) simpatia della gente: come un Berlusconi qualsiasi.

venerdì 13 dicembre 2013

La politica e il "Paese reale"

Sono anni che sento da più parti ripetere una leggenda: quella secondo cui il "Paese reale" - l'insieme dei cittadini - sarebbe meglio della classe politica che dovrebbe rappresentarlo. Ora, non c'è nessun dubbio sul fatto che la nostra "classe dirigente", e la classe dirigente politica in particolare, si sia dimostrata sovente inefficiente, talvolta corrotta, quasi sempre inadeguata (con qualche notevole eccezione, è chiaro). Ma a me ultimamente pare che il Paese reale non sia affatto meglio della classe politica che ha espresso da parecchi lustri in qua.
Così è almeno se si guarda a quelli che si pretendono i più puri movimenti "di popolo" emersi negli ultimi anni: il M5S e il Movimento dei Forconi (perché poi si debba ritenere più "popolo" quello che aderisce alle proteste di piazza o ai "vaffa-days" di quello dei militanti di partito o di chi va a votare alle primarie me lo devono ancora spiegare...): con tutto il rispetto della disperazione di chi non vede un domani per sé - ed è giusto che quella disperazione la gridi -, quali proposte concretamente praticabili vengono da queste formazioni? Mi pare che la loro piattaforma politica si risolva o in un generico "devono andare tutti a casa", o in un libro dei sogni che qualsiasi liceale sarebbe in grado di compilare, ma del quale non si è mai seriamente verificata l'effettiva possibilità di attuazione; per non dire delle piccole polemiche sterili e pretestuose in cui scadono gli uni, o delle mire inconfessabili (nel migliore dei casi: la conservazione di rendite parassitarie; nel peggiore: la promozione di un'ideologia autoritaria) che gli altri nascondono.
Se il "Paese reale" è davvero questo, il Parlamento ne è lo specchio fedele.

martedì 10 dicembre 2013

Forche, forconi, forchette

Cos'è il cosiddetto Movimento dei forconi, che in questi giorni sta dando luogo a varie manifestazioni di protesta in diverse parti d'Italia, e quali obiettivi si prefigge?
Difficile dare una risposta esauriente, visto che non esiste una piattaforma di precise rivendicazioni politiche in cui i manifestanti si riconoscono e intorno alle quali si raccolgono. Si può quindi dire che il Movimento si concretizza in una generica espressione di malcontento contro le istituzioni, che raccoglie la naturale adesione di coloro che sono senza un lavoro e che si vedono senza prospettive, ma si presta anche alle artificiose strumentalizzazioni di tutti coloro che hanno bisogno di visibilità politica, e sono alla ricerca di un seguito (quale che sia) all'interno dell'opinione pubblica, per fare massa critica e per poter contare di più.
Ecco dunque gruppi neofascisti come Casa Pound e Forza Nuova, pronti a sposare qualunque causa pur di far parlare di sé e di ottenere l'ombra di una legittimazione; ecco gli anarco-insurrezionalisti, che vedono nella protesta un'occasione per portare un attacco allo Stato; ecco gli ultras delle squadre di calcio, che cercano di uscire dall'angolo in cui si sono messi da soli, trasformandosi troppo spesso in micro-associazioni a delinquere; ecco Beppe Grillo, cui non par vero di poter di fare propaganda fra i manifestanti.
Poi, intorno al Movimento, sorgono fenomeni che è difficile decifrare fino in fondo: i poliziotti che si tolgono il casco in segno di solidarietà con i manifestanti lo fanno perché sinceramente partecipi del dramma delle persone in difficoltà che scendono in piazza, o perché sono esponenti di quelle sacche politicizzate delle forze dell'ordine spesso vicine all'estrema destra? Io non sono in grado di rispondere.
C'è qualcuno che ha paragonato queste proteste addirittura a quelle che, nel Cile del 1973, coinvolsero gli autotrasportatori, mettendo sotto scacco il Governo di Allende e prefigurando il golpe di Augusto Pinochet. L'accostamento è francamente esagerato; e tuttavia queste manifestazioni vanno monitorate con attenzione.  

domenica 8 dicembre 2013

Risultati delle primarie a Gerenzano

Ecco i risultati delle primarie del Partito democratico nel Comune di Gerenzano:

Votanti: 249

Matteo Renzi: 156 voti

Gianni Cuperlo: 47 voti

Pippo Civati: 45 Voti

Schede bianche: 1

martedì 3 dicembre 2013

Primarie del Pd

Domenica 8 dicembre, presso i locali della cooperativa Scelag, in via Fagnani 14 a Gerenzano, dalle 8 alle 20, saranno aperti i seggi delle Primarie per scegliere il futuro Segretario nazionale del Partito democratico. In lizza Pippo Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi.
Hanno diritto di voto tutti gli elettori e tutti i cittadini che abbiano compito il sedicesimo anno d'età.
Gli iscritti al Pd non dovranno versare alcun contributo; ai non iscritti sarà chiesto un contributo di 2 euro.

lunedì 2 dicembre 2013

L'insostenibile leggerezza dell'essere (fascisti)

Fra le varie iniziative promosse tutte insieme in maniera un po' incongrua dai neofascisti di Forza Nuova, che ieri hanno allestito il loro gazebo nella piazza di Gerenzano dedicata alla Liberazione, c'era il sostegno al metodo Stamina di Davide Vannoni.
Ora, Forza Nuova sostiene che la sospensione della sperimentazione del metodo Stamina sia un favore fatto dal Governo alle multinazionali farmaceutiche interessate ad avere il monopolio dei metodi di cura di alcune malattie rare ufficialmente riconosciuti; alla "medicina ufficiale" Forza Nuova vuole opporre la "libertà di cura". Ora, cosa significa libertà di cura in questo caso? Dato che nessuno mette in discussione la possibilità di rifiutare i metodi ufficiali per rivolgersi autonomamente a forme di cura alternative, immagino che in questo caso la libertà di cura si sostanzi in cospicui contributi economici che il Ministero della Salute dovrebbe mettere a disposizione di chiunque riesca a convincere un gruppo più o meno grande di persone di poter offrire un rimedio ai loro mali.
Qualche anno fa ci toccò vivere l'esperienza del metodo Di Bella: il Ministro di allora, Francesco Storace, gettò dalla finestra tempo (dei ricercatori) e denaro (dei contribuenti) per inseguire un metodo per la cura del cancro che non aveva alcuna base scientifica. Adesso si vorrebbe ripetere l'errore, accreditando un protocollo di cura che i più autorevoli esperti del settore ritengono non avere neppure i requisiti minimi per accedere a una sperimentazione seria? Tanto varrebbe stanziare fondi per consentire ai malati che lo vogliano di rivolgersi, a spese dello Stato, a santoni e guaritori, o di intraprendere un viaggio con destinazione Lourdes.
Delle due l'una: o i neofascisti intendono strumentalizzare un po' meschinamente - per ottenere visibilità - il dolore di chi non trova vie d'uscita dai problemi di salute propri o dei propri familiari; oppure costoro costituiscono un esempio perfetto dell'insostenibile leggerezza dell'essere in politica.