martedì 30 giugno 2015

Trasparenza in Europa

Qualunque sia l'esito della tempesta greca che sta scuotendo l'Europa in questi giorni, è indispensabile che si arrivi a usare maggiore trasparenza nelle relazioni tra le istituzioni europee e i singoli Stati. Nel continuo rimpallo di responsabilità tra Junker, la Merkel, la Lagarde, Tsipras e Varufakis per il disastro che si sta profilando, non appare chiaro fino in fondo come stiano realmente le cose: Tsipras dice di essere stato obbligato a una consultazione popolare dal fatto che il piano di ristrutturazione del debito greco proposto dalla Ue prevedeva pesanti interventi su salari e pensioni, ed era quindi irricevibile senza una diretta approvazione da parte dei cittadini stessi; Junker dice invece di non avere mai chiesto a Tsipras di tagliare salari e pensioni. Ora, a meno di non pensare che Tsipras sia un kamikaze, è difficile dare credito a Junker; ma perché una simile trattativa, la cui riuscita ha ricadute su tutti i Paesi europei, non può avvenire pienamente alla luce del sole?

lunedì 29 giugno 2015

Sulla pelle degli altri

Quello che ci sta insegnando il dramma della Grecia - ora giunta veramente sull'orlo del fallimento - è che coloro che controllano le principali istituzioni finanziarie operanti a livello europeo possiedono capacità manageriali, politiche e diplomatiche così modeste da saper prendere le proprie decisioni esclusivamente sulla base di modelli matematici dati, senza traslare mai i risultati delle proprie elaborazioni numeriche sulla vita concreta di milioni di individui che ne subiscono gli effetti. Tanto, dal loro punto di vista, tutto accade solo sulla pelle degli altri.
I margini di manovra plausibili di Tsipras erano certo molto ristretti; ma i vertici di Unione Europea, FMI e Banca Centrale non hanno voluto lasciare al premier greco nemmeno quella modesta facoltà di movimento, scegliendo consapevomente di inchiodarlo, insieme a tutto un popolo, all'implacabile durezza delle proprie pretese. Di fronte a questo atteggiamento, la decisione (per molti discutibile) del Governo di Syriza di sottoporre il piano di incrollabile rigidità della Troika al vaglio di una consultazione diretta dei cittadini è stata a mio parere una scelta obbligata, per conservare un minimo di dignità politica e per non tradire il mandato affidatogli dagli elettori (se la rappresentanza democratica conta ancora qualcosa in questa Europa...).   

venerdì 26 giugno 2015

L'eredità della Lega Nord in Provincia di Varese: un buco da 50 milioni di euro

La Corte dei Conti ha accertato che la Provincia di Varese presenta nel proprio bilancio un buco da 50 milioni di euro: questa l'eredità lasciata da molti anni di amministrazione leghista. In particolare, facendo riferimento all'ultima consigliatura, che vedeva come Presidente Dario Galli, il buco deriverebbe, per una parte (28 milioni), al fittizio inserimento a bilancio di entrate mai certificate (un fatto che, se accertato, comporterebbe anche risvolti penali); per un'altra parte (22 milioni) al mancato accantonamento di quanto previsto dal patto di stabilità.
Cosa accadrà ora? Due le strade che si aprono di fronte alla ex Provincia (ora "Ente territoriale di secondo livello"): o studiare la possibile attuazione di un piano di rientro da realizzare sostanzialmente attraverso l'alienazione di parte del suo patrimonio immobiliare; oppure, se questa opzione si rivelerà impraticabile, dichiarare il dissesto finanziario. In un caso o nell'altro temo che ne risentiranno non poco i servizi ai cittadini della cui erogazione l'ex Provincia continua a essere responsabile.

Le solite facce

Corre voce che, a Saronno, possa entrare a far parte della Giunta espressa dall'amministrazione Fagioli un personaggio appartenente agli ambienti della Lega Nord noto anche dalle nostre parti: Pierangela Vanzulli, già assessore ai Servizi Sociali per lunghi anni a Gerenzano. Cosa dire? Il nuovo che avanza...

mercoledì 24 giugno 2015

Narcisismo identitario

Personalmente sono sconcertato dalla disinvoltura con cui, per puro narcisismo identitario, prima Pippo Civati e ora Stefano Fassina si sono dimostrati disposti a buttare a mare una realtà costruita con tanta fatica come il Pd: un partito imperniato sui valori essenziali del centrosinistra (solidarietà, laicità, progressismo) e capace in potenza di intercettare un consenso abbastanza ampio da far diventare quei valori egemoni in Italia (mentre oggi non lo sono).
Il dibattito politico interno può essere anche aspro, e ci si può dividere su più di una questione: ma come si può pensare di mettere a repentaglio la possibilità del centrosinistra di ambire al Governo (perché di questo, in prospettiva, si tratta), come si può mettere a repentaglio la sussistenza stessa del centrosinistra perché si pensa che i Presidi non debbano ricevere poteri e responsabilità un po' più consoni a quelli di chi per ruolo e stipendio dovrebbe essere trattato come un dirigente (come prevede la riforma della scuola); o perché si ritiene che la legge elettorale non dovrebbe prevedere un secondo turno con il ballottaggio; o perché si presume che i Sindacati con i loro riti e la loro discriminante azione di tutela di alcuni dei lavoratori debbano essere considerati entità sacre e inviolabili?
Io ho l'impressione che più di simili differenze di vedute (la cui portata è stata a mio parere esagerata) su Civati e Fassina agiscano, per l'appunto, la vecchia malattia particolaristica della sinistra italiana (per cui io singolo militante sono convinto di non aver nulla da spartire con chi non la pensa in tutto e per tutto esattamente come me: quello che ho chiamato il narcisismo identitario, che porta a una continua, estrema frammentazione e che, spinto alle sue estreme conseguenze, condurrebbe ciascuno a vagheggiare un partito ombelicale composto da una sola persona) e, forse soprattutto, la paura di perdere le rendite politiche ed economiche derivanti dall'immobile presidio di una posizione minoritaria ma ben rappresentata nel nostro paese come quella dell'oltranzismo post-operaista.

Prepotenti

Dato che bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome, diciamolo: coloro che durante lo sconso fine settimana si sono riuniti a Roma per dare vita a un sedicente "Family day" con la pretesa di "difendere la famiglia tradizionale" o di "difendere i bambini", non difendono alcunché; sono gli altri che devono guardarsi da loro e imparare a difendersi dalla loro illiberale invadenza. Trattasi infatti di prepotenti che vorrebbero obbligare con la forza chi non la pensa come loro a comportarsi come se la pensasse come loro. Raramente si sono visti così tanti inconsistenti luoghi comuni e così tante petizioni di principio messe al servizio di una battaglia politica di pura retroguardia.

martedì 16 giugno 2015

Renzi e il futuro del Pd

Ho letto con curiosità e crescente perplessità l'intervista rilasciata da Renzi a Massimo Gramellini e pubblicata sulla Stampa; la riporto qui sotto:

«Queste elezioni dicono con chiarezza che con il Renzi 2 non si vince. Devo tornare a fare il Renzi 1. Infischiarmene dei D’Attorre e dei Fassina e riprendere in mano il partito». Dopo lo schiaffone di Venezia, che segue di poche settimane quello di Genova, Matteo Renzi non si sente un leader dimezzato. Semmai doppio. Renzi 1 il rinnovatore e Renzi 2 l’istituzionale, che non porta voti e va quindi archiviato al più presto per ritornare alla foga rottamatrice delle origini. Perché nelle urne si può anche perdere, ma perdere con dei candidati imposti e in qualche caso addirittura subiti è il segnale di una leadership distratta o confusa. «Una cosa è certa: le primarie sono in crisi. Dipendesse da me, la loro stagione sarebbe finita». 
Nelle speranze di Renzi 1 (ma forse anche 2) lo strumento che lo ha lanciato nel firmamento della politica locale e poi nazionale doveva servire a selezionare una nuova classe dirigente in grado di intercettare l’elettorato in uscita dal berlusconismo. Non è andata così. «Casson, Paita, De Luca, Emiliano, Moretti. Io in quelle scelte non ho messo bocca.» E hai fatto male, sembra suggerirgli all’orecchio Renzi 1.  
Tutti si aspettavano che al ballottaggio una figura come Casson attirasse i voti dei Cinquestelle. Invece per i loro seguaci non esiste un Pd buono e uno cattivo. Pessimo segnale in vista dell’Italicum, dove gli elettori di Grillo e di Salvini potrebbero gemellarsi al ballottaggio contro di lui: «Ma era scritto che Casson perdesse. A Venezia mi è venuto incontro un signore: “Salve, sono l’unico renziano della città…” Era Brugnaro, il candidato del centrodestra che ci ha battuto.» Che ci siano più renziani tra i moderati che tra i progressisti non sembra preoccuparlo. «Questo è un paese moderato, vince chi occupa il centro. Con personalità. Perché se invece degli originali corrono le copie, allora non funziona. In Liguria la Paita non ha perso perché il candidato di Civati le ha tolto dei voti che probabilmente non sarebbero andati comunque a lei. Ha perso perché nell’ultima settimana il 5 per cento degli elettori di centro si è spostato verso Toti».  
Il Pd si è giocato anche Arezzo, la città di Maria Elena Boschi. «Storicamente ad Arezzo abbiamo vinto solo quando il candidato si chiamava Fanfani. L’ultimo è stato Fanfani Beppe…. I miei giudizi sul voto di domenica non sono in bianco e nero. In alcuni casi, è vero, perdiamo per mancanza di organizzazione. In altri però, come a Mantova, vinciamo dove la Lega è forte. La verità è che ormai la gente vota come le pare, sulla base della persona».  
Prima di rottamarlo, Renzi 1 concede a Renzi 2 l’onore della armi: «Al governo abbiamo fatto cose tecnicamente straordinarie: lavoro, giustizia, legge elettorale, divorzio breve, diritti civili. Anche l’immagine all’esterno è molto migliorata. Non siamo più i malati di Europa e durante l’ultimo G7 gli elogi pubblici di Obama alle nostre riforme sono stati quasi imbarazzanti. E basterebbe dare uno sguardo alle pratiche che abbiamo ereditato per capire che non è affatto vero che Letta era più competente di me, come ha scritto qualcuno (il sottoscritto, ndr)».  
Non è la prima volta che un premier si sente incompreso in patria. Il lamento perpetuo e le accuse ai «gufi» di remare contro fanno parte del Renzi 2. Renzi 1 promette di cambiare tono. E ritmo di marcia. «Da oggi le riforme sono più vicine, non più lontane. Adesso dovrò aumentare i giri, non diminuirli.» Ma per recuperare il consenso perduto sa che governare meglio l’Italia non gli basterà, se non comincerà a governare anche il Pd. «Devo tornare a fare il Renzi pure lì. E farlo davvero. Infischiandomene delle reazioni per aprire una discussione dentro il mio partito. Al governo non c’è mai stata un’infornata di persone in gamba come a questo giro. Penso alle nomine che abbiamo fatto: De Scalzi all’Eni, Starace all’Enel e Moretti a Finmeccanica. La vera accusa che mi si dovrebbe rivolgere non è di avere messo i miei al governo, ma di non averli messi nel partito».  
Restano da capire le ragioni di questa timidezza inattesa. Renzi, 1 o 2, del Pd è il segretario eletto. Ed è unicamente a quella elezione che deve la sua legittimità popolare. «Non ho messo bocca perché pensavo che astenermi fosse un presupposto per stare tutti insieme. E poi ci siamo dimenticati cosa scrivevano di me? L’arroganza al potere, la democratura… Ah, ma adesso basta, si cambia. Anche perché tra un anno si vota nelle grandi città. Torino, Milano, Bologna, Napoli, forse Roma.» Roma? «Se torna Renzi 1, fossi in Marino non starei tranquillo.» Renzi 1 diceva «sereno» ma insomma, ci siamo capiti.

Renzi ha già conosciuto una bruciante sconfitta, alle primarie 2012 contro Bersani. Allora reagì con grande compostezza (senza ascoltare le sirene dei molti che lo invitavano a uscire dal Pd) e trasse dalla sconfitta lo slancio e il consenso per cominciare la sua ascesa. La medesima sobrietà (la sobrietà che deriva dalla convinzione nella giustezza delle proprie idee) dovrebbe usare in questo momento difficile per il suo governo; un atteggiamento che purtroppo non traspare da questa intervista. Soprattutto Renzi dovrebbe ricordare che il Partito democratico non appartiene né a lui né alla "vecchia ditta" di Bersani, Bindi, D'Alema e Veltroni; appartiene ai militanti, ai simpatizzanti, agli elettore che l'hanno animato in tutti questi anni. Renzi ne è soltanto l'usufruttuario temporaneo: a mio parere, non è nelle sue facoltà dilapidarne il patrimonio.

lunedì 15 giugno 2015

Dopo i ballottaggi

Al di là della naturale mestizia che regna oggi nel Pd dopo la performance non brillantissima nel secondo turno delle elezioni amministrative, è indispensabile oggi mettere a fuoco con lucidità alcuni punti fermi da tenere presenti per evitare il ripetersi nel prossimo futuro di certi mezzi scivoloni:
1) La discussione interna arricchisce il partito, invece le lotte intestine, i colpi bassi reciproci, le ripicche lo indeboliscono e fanno perdere credibilità ai suoi rappresentanti sul territorio.
2) Questioni complesse - come quella della gestione dei flussi migratori - richiedono certamente tempi lunghi per neutralizzare i problemi che ne derivano; l'importante è avere una strategia per affrontare quei problemi che sia adeguatamente articolata e che si possa nel contempo spiegare con semplicità agli elettori.
3) Non bisogna né pensare che gli avversari politici siano sconfitti in partenza (come qualcuno del centrosinistra, poco abituato a vincere, ha fatto), né avere paura di sfidarli a viso aperto (come temo qualcuno possa fare ora).

p.s. Nel mio piccolo a me dispiace soprattutto per la sconfitta di Licata a Saronno: ha affrontato a viso aperto una sfida difficile, e speravo davvero che potesse farcela. Io credo che, loro malgrado, alcuni validi esponenti dell'amministrazione uscente, arrivati alla fine della loro corsa un po' stanchi e con meno entusiasmo di un tempo, non abbiano potuto tirargli la volata come il giovane candidato Sindaco avrebbe meritato.    

giovedì 11 giugno 2015

Ballottaggio a Saronno

Nel fine settimana si consumerà il ballottaggio tra il democratico Francesco Davide Licata e il leghista Alessandro Fagioli, che porterà all'elezione del nuovo Sindaco di Saronno.
Conservare Saronno è estremamente importante per il Pd, per porre un argine all'avanzata nel territorio varesino della marea tossica della Lega salviniana. E a mio parere ci sono buone possibilità per Licata, che è stato coraggioso a prendersi questa responsabilità dopo un quinquennio faticoso per chi ha amministrato la città, e molto bravo nel portare una certa freschezza nell'ambito del Pd durante tutta la campagna elettorale. Essendo cresciuto a Gerenzano, inoltre, merita che gli si invii il nostro in bocca al lupo con particolare calore.

lunedì 8 giugno 2015

La destra è questa

Quando sento non solo quel balordo di Salvini, ma anche personaggi all'apparenza più urbani (almeno nei modi) come Maroni, Zaia, Toti o la Meloni speculare sulla vita dei migranti trattandoli peggio dei cani di Michela Vittoria Brambilla, e poi penso a gente che sostiene che destra e sinistra sono categorie ormai obsolete, mi viene da ridere.
Semplicemente la destra è questa: è un'impostazione politica basata su una mentalità angustamente individualistica (quando va bene) o grettamente consortile (quando va male) per cui la parola solidarietà diventa una patacca da talk show, un morbido cuscinetto su cui disegnare sofistici ricami che dissimula le durezze di un egoismo feroce.

giovedì 4 giugno 2015

Psicanalisi del voto regionale

Per non intristirci troppo sull'intrico giudiziario che seguirà l'elezione a Governatore della Campania di Vincenzo De Luca (per quanto sia un abile amministratore e un personaggio popolare, semplicemente non andava candidato; anche se Raffaele Cantone ora ci spiega che la sua decadenza potrebbe non essere automatica...), e per provare a ridere un po' del risultato di una tornata elettorale dalla quale, come al solito, (quasi) tutti dicono di essere usciti vincitori, giova soffermarsi su questo brillante articolo dello psicanalista Umberto Silva, pubblicato sul Foglio:

Se gli ostracismi di Rosy Bindi sono un insulto al Pd che non è come lei vorrebbe – ma anche Rosy non è precisamente quella che tutti noi vorremmo –  la decisione di Renzi di presentare Paita, De Luca e Moretti è stata al contempo onorevole ma, a mio modesto parere, anche controproducente. Onorevole perché non esistono gli “impresentabili”, parola che suona disgustosa come quando si sente qualcuno dire: “Povera cara, è davvero impresentabile, non possiamo portarla alla festa”. Guardati tu allo specchio della coscienza mentre dici queste cose! Tuttavia che i tre candidati fossero degni non comporta che fossero i più opportuni. De Luca, si sapeva, sta tutt’ora appeso al giudizio della Severino; Paita, si sapeva, era in caduta libera per via dell’incriminazione; Moretti, si sapeva, non era adeguata alla più che difficile impresa. Ma non si è sottratta, e questo è onorevole.
Sì, pare che Alessandra Moretti non fosse molto contenta della chiamata alle armi, il posto di europarlamentare le era assai gradito. Dicono anche che sia un tipino piuttosto presuntuoso, sicché il gesto di Renzi che imperiosamente la sacrifica nella palude veneta per di più profetizzandone la sconfitta, acquista la parvenza di una punizione divina: vedo la giovane donna ginocchioni percorrere un girone infernale ove munge vacche inforcata dai diavoli leghisti. Dicono che la ragazza sia grintosa e cattivella, certo è intelligente e bella, ma per battere il satanico Zaia dal ghigno sulfureo e dal piede caprino ci voleva ben altro, un super imprenditore, un arcangelone di quelli che “bando alle parole ma guardate che ho fatto!”. E se non guardate vi prende per il braccio e vi fa fare il giro delle sue aziende finché avete fiato. Un uomo ma anche una donna, di quelle venete che non le mandano a dire,  tipo la sbrigativa Ippolita del film di Germi “Signore e signori”, che per salvare l’onore e il patrimonio del marito porcello non esita a concedersi a un avvinazzato contadino.

 Povera Alessandra, quante delusioni! Viene da chiedersi per quale ragione abbia accettato un simile ingrato compito. Davvero se ne credeva all’altezza? O è stato per spirito di un partito che tutto questo spirito non ha? Voleva conoscere il Veneto profondo e far sapere al mondo che non ha paura di mungere le vacche? O la Moretti è una giocatrice d’azzardo cui piace rischiare a costo di raschiare il fondo della vergogna? Una Justine che adora essere torturata dai bruti? Pensava di riuscire a domarli? O davvero credeva che le donne amano le donne e l’avrebbero votata tradendo i loro drudi? E gli uomini? Pensava che la sua graziosa gonna avrebbe rapito i loro occhi di bragia?
 E’ possibile un’altra interpretazione del dramma morettiano, una logica studiata dal grande psicoanalista Masud Khan che per meglio osservare la genesi e la nemesi della libido narcisistica trasformò il suo studio in un harem. Secondo Khan Matteo Renzi ha semplicemente, come i maligni dicono sia uso fare, coltivato la propria vanità, mandando Alessandra al macello sicché potesse ben figurare come santa martire nella sua variopinta corte ben più affascinante del berlusconiano ospizio per giovani. La prosperosa Maria Elena Boschi ricorda la bella popolana Marianne di Delacroix; per elegante contrasto Marianna Madia evoca una spirituale aristocratica di quelle che lasciarono la testolina sulla ghigliottina; Federica Mogherini è un’incerta via di mezzo tra se stessa e quell’altra che le appare di notte, e ora, per sempre, Alessandra Moretti è una martire. Che splendida immagine degna del divino Millet del celebre Angelus quella di Alessandra in mezzo ai villici dei veneti paesi mentre cerca di convertirli, di piegarli alla nuova religione renziana promettendo loro un paradiso di buoni propositi. Vedo il suo bel volto rilucere di promesse, sprizzare una santità che per un attimo, ahinoi, un solo attimo, illumina quei faccioni induriti. Immagino la sua via crucis lungo le mille insidie della campagna elettorale. Dapprima tronfia, inviata del re, con tutti che le fanno omaggio, poi sempre più incerta con tutti che se la ridono, infine preda di quella fiera malinconia che subentra quando si percepisce il fallimento della propria impresa ma non si desiste, nella cocente sconfitta trovando quell’umiltà che è la vera vittoria. Se a questo approdo la giovane donna è giunta, se al vuoto della superbia una femminile grazia ha posto il veto, eternamente Alessandra Moretti avrai il mio voto.