mercoledì 26 agosto 2015

Il senso del perdono

Mi ha molto colpito la risposta dei Valdesi alla richiesta di perdono inoltrata da papa Francesco per i crimini perpetrati dai cattolici contro i seguaci di Valdo di Lione, di cui porta notizia la Stampa nell'articolo che riproduco qui sotto.
La concessione del perdono - dicono in sostanza i Valdesi - è un complesso gesto intimo che ha implicazioni principalmente etiche ed esistenziali, e riguarda coloro che personalmente subirono le violenze, più che i loro correligionari, eredi e presunti rappresentanti; del perdono non è quindi il caso di abusare come strumento politico, né di pretendere che con la richiesta del perdono si possa obliterare un passato agghiacciante.
Tutto questo viene affermato senza rifiutare la proposta di un avvicianamento fra le due Chiese.
Ricordiamo che durante le persecuzioni avvenute 350 anni fa (quindi non nel Medioevo, ma in piena epoca moderna) in val Pellice, val Chisone e valle Germanasca (mandante la Chiesa cattolica, esecutori materiali i soldati dei Savoia), secondo le testimonianze dei contemporanei, si videro "uomini scannati posti al ludibrio de' viandanti, pargoli strappati al seno materno e sfracellati contro le rocce, fanciulle e donne vituperate, impalate lungo le vie..."

«Caro fratello in Cristo Gesù, il Sinodo della Chiesa evangelica valdese riceve con profondo rispetto, e non senza commozione, la richiesta di perdono da Lei rivolta, a nome della sua Chiesa, per quelli che Lei ha definito “gli atteggiamenti non cristiani, persino non umani” assunti in passato nei confronti delle nostre madri e dei nostri padri». Ma l’esordio non inganni, perché nella lettera di risposta al Papa c’è anche un «però» che pesa: «Questa nuova situazione non ci autorizza a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro». 
 La missiva indirizzata al Pontefice è stata approvata oggi dai 180 sinodali (riuniti fino a venerdì a Torre Pellice, in provincia di Torino). È la replica alle parole pronunciate dal Pontefice lo scorso 22 giugno nella sua visita - la prima in assoluto di un papa in un luogo di culto valdese - al tempio di Torino. 
 «Il dialogo fraterno che oggi conduciamo è dono della misericordia di Dio - hanno scritto - che molte volte ha perdonato, e ancora perdona, la sua e la nostra Chiesa, invitandole al pentimento, alla conversione e a novità di vita, permettendo loro così di assumere ogni giorno di nuovo il compito di servirlo». 
 I valdesi accolgono le parole di Francesco «come ripudio non solo dalle tante iniquità compiute ma anche del modo di vivere la dottrina che le ha ispirate. Nella Sua richiesta di perdono cogliamo inoltre la chiara volontà di iniziare con la nostra Chiesa una storia nuova, diversa da quella che sta alle nostre spalle in vista di quella “diversità riconciliata” che ci consenta una testimonianza comune al nostro comune Signore Gesù Cristo. Le nostre Chiese sono disposte a cominciare a scrivere insieme questa storia, nuova anche per noi». 
 Poi aggiungono: «La nostra comune fede in Cristo ci rende fratelli nel Suo Nome, e questa fraternità noi già la sperimentiamo e viviamo in tante occasioni con sorelle e fratelli cattolici: è un grande dono che ci viene fatto e che speriamo possa essere condiviso da un numero crescente di membri delle due Chiese». 
 Tuttavia, «questa nuova situazione non ci autorizza a sostituirci a quanti hanno pagato col sangue o con altri patimenti la loro testimonianza alla fede evangelica e perdonare al posto loro. La grazia di Dio, però, “è sovrabbondata, là dove il peccato è abbondato” (Romani 5,20), e questo noi crediamo e confessiamo, certi che Dio vorrà attuare questa sua parola anche nella costruzione di nuove relazioni tra le nostre Chiese».

martedì 25 agosto 2015

La sicurezza dei cittadini e il "parcheggiatore abusivo"

La notizia non è freschissima, perché risale a una quindicina di giorni fa; l'ho notata sfogliando i giornali delle settimane passate, come mi capita di fare alla fine dell'estate per verificare se stando in vacanza mi sono perso qualcosa. La nuova amministrazione leghista del comune di Saronno si vanta di aver dato disposizioni alla polizia municipale affinché allontanasse dal luogo dove era solito stazionare il "parcheggiatore abusivo" che spesso era dato vedere nei pressi della biblioteca. Il tutto, secondo i leghisti, in nome della sicurezza e della legalità, perché da una parte questo individuo "era sentito dai cittadini come una minaccia", dall'altra "intascava in nero (! n.d.r.) i soldi che riusciva a farsi consegnare dagli automobilisti".
Ora, chiunque fosse abituato a frequentare la biblioteca di Saronno sa che non di un parcheggiatore abusivo si trattava, ma di un mendicante che chiedeva la carità a chi parcheggiava l'auto. Forse qualcuno poteva esserne infastidito (cosa che avviene, di solito, più per le proprie non chiarite contraddizioni che per la reale insistenza dei mendicanti); dubito che ci sia chi se ne sia sentito minacciato.
Si può anche decidere che l'accattonaggio in determinati luoghi è inopportuno; però, spacciare l'allontanamento di questo poveraccio come un atto teso a salvaguardare la sicurezza e la legalità mi sembra profondamente ipocrita.
Direi che si tratta invece di un gesto improntato alla tipica mentalità di coloro che, per reagire al "buonismo del politicamente corretto" (definizione spesso usata da egotici, nevrotici, sociopatici e villani per denigrare quei comportamenti improntati all'urbanità e al buon senso che dovrebbero essere la base minima su cui si sviluppa la normale socialità), adottano un "cattivismo cafone" le cui conseguenze si scaricano sovente sui più deboli, e che ha quasi sempre lo scopo di dare la sensazione di possedere una personalità spiccata, originale e indipendente a chi, in realtà, di personalità più difetta.
Un atteggiamento che mi ricorda un po' quello che viene chiamato il "cretino integrale": colui che fa del male agli altri senza trarne nessun concreto beneficio.  

lunedì 24 agosto 2015

La sharing economy e il futuro del mondo del lavoro

Riporto qui un reportage di Francesco Guerrera, pubblicato sulla Stampa, che analizza le caratteristiche della sharing economy a partire da quella che è considerata la sua culla, San Francisco. Le sfide che questo modello economico, tipico dell'era dell'accesso, ci pone oggi sono soprattutto di tipo giuridico: la chiave di una corretta disciplina delle opportunità di lavoro create dalla sharing economy è quella che porta a definire legalmente una distinzione tra flessibilità e precariato, e a garantire ai lavoratori le necessarie tutele laddove è giusto che ci siano, senza spegnere con inutili pastoie burocratiche iniziative volte a creare maggiore benessere senza sfruttare nessuno. Come si capisce dall'articolo, non sarà così facile...

Per capire lo storico boom di questa città unica, bisogna salire in alto, su una delle colline che dominano l’ondulato tessuto urbano di San Francisco. Ho scelto Twin Peaks, e non solo perché il nome è caro agli appassionati di David Lynch. I due picchi gemelli sono il punto più alto di una città al settimo cielo. Da qui si vede tutto: case a perdita d’occhio, macchine in fila su autostrade che non le possono contenere più, la baia piena di navi e, se la nebbia lo permette, il Golden Gate Bridge, il simbolo di San Fran, come la chiamano gli americani. Da qui, si possono quasi toccare la crescita economica, lo sviluppo di un’industria tecnologica senza pari al mondo e la bolla di benessere di questo pezzo di California che sta eclissando New York e Los Angeles, Londra e Milano. L’ultimo encomio è venuto dalla rivista «Bon Appetit», che ha dichiarato San Francisco la città con i migliori ristoranti d’America. Lì sotto, tra i tetti di legno, i grattacieli di vetro e le luci delle automobili, è nata e cresciuta la «sharing economy», l’economia della condivisione di case, macchine e qualsiasi altra cosa che una volta si comprava «per sempre» e ora si prende in affitto sull’Internet da sconosciuti. Sta trasformando l’America e conquistando il resto del mondo, creando grandi ricchezze ma anche nuovi squilibri, risolvendo problemi annosi e ponendo nuovi quesiti sociali.  
L’idea della sharing economy è semplice: utilizzare al massimo risorse che altrimenti rimarrebbero inattive. Se l’americano medio prende la macchina solo l’8% del tempo, perché non farsi pagare per trasportare altri invece di lasciarla parcheggiata? Se hai una stanza libera, perché non la affitti? Se il trapano non lo usi, mettilo su un sito e magari qualcuno ti contatterà. E così via, con opere d’arte, tagliaerba, frullatori, libri. San Francisco è la capitale di una rivoluzione che potrebbe cambiare per sempre il mondo del lavoro, mettendo fine a uno dei cardini fondamentali dell’economia occidentale degli ultimi secoli: il posto fisso, a tempo pieno, per una sola azienda. C’è chi dice che la «sharing economy» valga 110 miliardi di dollari ma sembrano stime troppo prudenti: se Uber, la piattaforma online per i taxi facilita 2 milioni di corse al giorno, se Airbnb, il sito che affitta camere e appartamenti, dice di avere già avuto più di 40 milioni di «ospiti» e LinkedIn, dove i professionisti vanno a trovare lavoro, ha 380 milioni di membri, allora hanno ragione i cervelloni del McKinsey Global Institute quando predicono che questa nuova era di Internet potrebbe creare 72 milioni di nuovi posti di lavoro e aggiungere più del 2 per cento al Pil mondiale nei prossimi dieci anni.  

Nel frattempo, questo nuovo settore economico, reso possibile dalla tecnologia, la globalizzazione e il coraggio sfacciato di un po’ d’imprenditori, aiuta Alex. Alex è il padrone di casa della stanza che ho affittato su Airbnb per il mio soggiorno. Nato in Germania ma negli Usa da più di vent’anni, Alex è il prototipo del lavoratore della sharing economy: affitta parte della sua casa a Twin Peaks su Airbnb e poi guida per Uber, Lyft e SideCar – le tre nuove potenze nei taxi via Internet. E ha anche un lavoro a tempo pieno come ingegnere di software all’aeroporto di San Francisco. 
«Ho incominciato a guidare al weekend perché amo alzarmi presto la mattina mentre alla mia famiglia piace dormire», mi dice mentre ceniamo con conchiglie al pomodoro e la moglie e il figlio annuiscono. «Mi diverte andare in macchina, conoscere gente nuova e fare un pochino di soldi». 
La flessibilità. È questo il refrain di quasi tutta la manovalanza dell’economia della condivisione. I guidatori di Uber, i padroni di Airbnb, gli chef che ti vengono a casa quando non hai voglia di cucinare, dicono tutti che è bello non dover timbrare il cartellino, staccare quando hanno guadagnato abbastanza e fare più di un lavoro. Alex guida quando la famiglia dorme. Faith, una ragazza del Kenya che mi ha scarrozzato per Denver in un taxi di Uber, lo fa solo al weekend per pagarsi l’università, John, un signore di mezza età che mi ha portato dalla cima di Twin Peaks fino alla pianura del centro di San Fran, lavora per l’ufficio delle tasse di giorno e guida il tassì di sera. 

«Non hanno un capo, decidono il loro programma. Uber si adatta alle loro vite e non viceversa. È una cosa veramente incredibile». A dirmelo è David Plouffe, che di cose incredibili se ne intende. Plouffe è stato lo stratega della campagna che vide un giovane senatore dell’Illinois chiamato Barack Hussein Obama diventare il primo presidente di colore degli Usa. Plouffe ora ha messo via la giacca e cravatta che indossava alla Casa Bianca e sfoggia un maglioncino di lana grigia più in armonia con il quartier generale di Uber, tutto legno, vetro e ragazzi in ciabatte. Come «consigliere-capo» di Uber, guida un altro tipo di campagna: convincere i governi, le organizzazioni dei tassisti e i consumatori che Uber fa bene all’economia. «Non siamo una cosetta che aiuta i venticinquenni trendy ad andare al bar», dice. «Noi siamo parte dell’ecosistema del trasporto» dice, sostenendo che Uber potrà aiutare governi e città a far fronte all’ondata di urbanizzazione mondiale prevista per i prossimi decenni. 
Gli investitori sono d’accordo. In maggio, Uber ha raccolto nuovi soldi e raggiunto una valutazione di circa 50 miliardi di dollari, più della stragrande maggioranza di tutte le società quotate sul mercato americano. Dopo solo sei anni di vita. Nessuno sa di preciso quanti soldi faccia perché non è in Borsa, ma si sussurra che Uber abbia un fatturato di più di 10 miliardi e che si prenda il 20% del prezzo di ogni corsa. Quest’azienda che non esisteva nemmeno quando l’economia americana crollò sotto il peso della crisi finanziaria, trascinando il mondo sul baratro della depressione, è diventata il simbolo della rinascita degli Usa, l’icona portatile di un settore «giovane» e «diverso», senza capi, orari e tabellini.  
Nel bene e nel male. C’è chi si preoccupa che la sharing economy stia creando sperequazioni sociali che potrebbero allargare il divario tra i benestanti e chi serve i benestanti. Guy Standing, professore di Studi dello Sviluppo all’Università di Londra ha battezzato questa nuova classe di lavoratori «il precariato», una versione del proletariato per l’era dell’ iPhone. «È gente che deve abituarsi a una vita con guadagni instabili e derivati tutti dai salari, non dai contributi sociali o dalla pensione», mi ha detto. Per Standing - i cui due libri: «Precari: La nuova classe esplosiva» e «Diventare cittadini: Un manifesto del precariato» hanno fatto scalpore. – società come Uber e Airbnb sono versioni moderne dei loschi intermediari di un tempo. «Mi fanno venire in mente “Fronte del Porto” con Marlon Brando. Tutti i lavoratori si accalcano in una stanza e questi decidono chi lavora oggi. È una corsa al ribasso molto pericolosa». 
I politici e il sistema giuridico stanno prendendo nota. Di recente, Hillary Clinton si è detta preoccupata dell’effetto della sharing economy sulle classi medie. Secondo lei, questa esplosione di nuove tipologie dell’occupazione sta ridefinendo «cosa significhi oggi avere un buon lavoro». Allo stesso tempo, in California le corti hanno deciso che Uber deve trattare i guidatori come dipendenti e non lavoratori autonomi. È un verdetto che, se confermato in appello, potrebbe costringere la società a pagare contributi e pensioni a centinaia di migliaia di persone. E molti governi, dalla Sud Corea alla Francia, e persino la liberale New York, hanno accusato Uber di aver infranto varie leggi sul trasporto. 
Plouffe difende la decisione di considerare i guidatori come battitori liberi. «I critici non capiscono», mi dice con tono pacato ma con la fiducia in se stesso tipica sia di Uber che dell’amministrazione Obama. «In America, metà dei nostri guidatori guida meno di dieci ore la settimana», come Alex. «Chi ci attacca pensa a un esercito di lavoratori a tempo pieno».  
Sono reazioni giustificate e comprensibili nei confronti di un movimento socio-economico che è completamente diverso dal passato e sta diventando molto importante nel presente dell’economia mondiale. Circa 53 milioni di americani, uno su sei, fa del lavoro in proprio e, stando ai sondaggi, la nuova generazione dei «millennial» ventenni e trentenni preferisce di gran lunga questo tipo di occupazione a quelle dei genitori e nonni.  

La spinta dei lavoratori, la domanda dei consumatori e il potere della tecnologia rende la marcia della sharing economy inesorabile. Non la si potrà sradicare, solo regolare, dirigere, plasmare. Siamo al pian terreno di un edificio tecnologico che potrebbe diventare o un grattacielo o una torre di Babele. Per tentare di indovinare che forma prenderà, sono sceso a valle. A Silicon Valley, per essere precisi, nel quartier generale di LinkedIn, il network sociale per professionisti. Questo Facebook per chi lavora è in un posto emblematico: a Mountain View, di fronte alla casa natale di Google. È qui, nel centro abbastanza modesto della tecnologia moderna, che chiedo ad Allen Blue di spiegarmi come funzionerà il mercato del lavoro del futuro. 
Blue è uno degli architetti della Silicon Valley di oggi. Un ex professore di teatro a Stanford con un bel sorriso e il ciuffo biondo che è uno dei fondatori di LinkedIn e il guru dei suoi prodotti. Voglio che guardi nella sfera di cristallo dell’occupazione perché LinkedIn ha iniziato un progetto molto ambizioso: creare una mappa mondiale del mondo del lavoro. Utilizzando le informazioni messe sul sito dai suoi membri – lavoratori ma anche società, governi e università – il team di Allen Blue vuole offrire a ogni partecipante nella forza lavoro la possibilità di sapere esattamente dove i suoi talenti sono richiesti, che capacità deve avere per fare carriera e di che cosa hanno bisogno le aziende. Sembra fantascienza ma il «grafico economico», come lo chiamano a LinkedIn, è già stato applicato da città come New York, che ha scoperto di avere una carenza di specialisti della tecnologia mobile. Il sindaco Bill de Blasio ha immediatamente chiesto alle università pubbliche di aggiungere corsi per far fronte a questa carenza. 
«La nostra missione è far sì che gli individui abbiano successo. Se riusciamo a dare informazioni precise a lavoratori e datori di lavoro, andranno più veloci e più lontani» mi dice Blue. «La tecnologia oggi ci permette di fare questo salto di qualità. È come essere catapultati dal terzo mondo al primo mondo nel corso di una carriera». Sono parole forti e speranzose. Mi chiedo, però, se il grafico economico possa essere utile non solo ai giovani millennial che giocano a ping pong nei begli uffici di LinkedIn o ai professionisti in carriera ma anche al precariato e a chi rischia di slittare verso la base della piramide economica.  
Allen Blue è ottimista. Promette che la nuova sfida di LinkedIn sarà diventare un centro d’informazione ed educazione per dare alle classi operaie e di manovalanza quello che finora è stato riservato ai colletti bianchi. Ma non credo sarà facile, soprattutto in zone dove non c’è una crescita economica paragonabile a quella di San Francisco o New York. 
Enrico Moretti, professore di Economia alla prestigiosa università di Berkeley e autore de «La nuova geografia del lavoro», fa una distinzione importante: le condizioni economiche della zona contano molto sul successo dell’individuo, qualsiasi tipo di lavoro faccia. «Quello che uno chiama lavoro “precario” l’altro lo chiama flessibile: in parte in proprio, in parte come dipendenti», mi dice. «Sono lavori che dipendono moltissimo dal livello di ricchezza che esiste in un’area e questo è un fatto non specifico alla sharing economy, c’è sempre stato. La flessibilità è accentuata perché le tecnologie lo permettono». 
È un fatto che non dà molte speranze a zone depresse come il Sud degli Stati Uniti, il Meridione italiano, Paesi come la Grecia. Ma in California per ora l’equazione funziona: la tecnologia sta conferendo ricchezza a tutta la zona, spronando la sharing economy a creare nuovi lavori flessibili e/o precari. Il viaggio di ritorno da Mountain View a San Francisco ne è esempio perfetto: un’ora e mezzo per fare meno di 40 miglia. Macchine su macchine di gente che fa la spola tra la valle della tecnologia e le colline con i ristoranti migliori d’America. Siamo tutti imbottigliati nel boom, precari e stabili, imprenditori con la Porsche, ingegneri con la Prius e mamme con la Subaru, aspettando il nostro turno per godersi i frutti della crescita economica.

venerdì 21 agosto 2015

La fine del rapporto dei ciellini con la politica? E' una bufala

Oggi ho letto con una certa curiosità questo articolo pubblicato da Michele Brambilla sulla Stampa:

 Al Meeting di Rimini comincia oggi la passerella dei politici, che si apre con il ministro Martina e che avrà i suoi momenti più forti nei prossimi giorni, quando arriveranno Padoan e soprattutto Renzi. 
 Viste le recenti polemiche, è molto probabile che oggi persino l'intervento di monsignor Galantino verrà letto come l'intervento di un politico, piuttosto che come quello di un monsignore. E quindi è pure molto probabile che anche quest'anno, come sempre accade, sui media il Meeting passi per il salotto politico dell'estate, nel quale magari si fanno e si disfano programmi e alleanze.
 Eppure, se c’è un Meeting destinato a mettere la parola «fine» alla stagione dei ciellini in politica, è proprio questo. Non è rimasto più nessuno, del movimento nato dal carisma di don Giussani, ad occupare posti di potere. Per motivi diversi, tutti hanno lasciato o dovuto lasciare presidenze e ministeri: Formigoni, Mauro, Lupi, solo per citare gli ultimi in ordine di tempo. Hai voglia di dire che ciascuno in politica ci entrava a titolo personale: l’identificazione con Cl era inevitabile. E comunque, ora quella stagione è finita.   E non a costo zero, per il Meeting. Questa trentaseiesima edizione è stata messa in piedi con contributi, di sponsor vari, per 4,6 milioni di euro: negli anni d’oro, quelli in cui i ciellini governavano regioni e ministeri, le entrate arrivavano anche a dieci milioni. I contributi si sono più che dimezzati, dunque. Ma gli organizzatori del Meeting e i vertici di Cl sono ben contenti di aver dovuto tirare la cinghia. «È finito un equivoco», dicono: «Finalmente si torna alle radici del Meeting». 
 E le radici sono quelle di un grande incontro internazionale tra fedi e culture diverse, di mostre e dibattiti nei quali, per oltre tre decenni, s’è discusso di temi certamente più decisivi, per l’uomo, delle schermaglie politiche che finivano sui giornali. Intendiamoci: se il messaggio arrivava distorto, non era solo colpa dei giornali. Era colpa anche di quella parte (minoritaria, ma visibilissima) di ciellini che in politica hanno confuso, per usare un’espressione di don Carrón, «la testimonianza con l’egemonia», fino al punto di compiacersi di un utilizzo a volte perfino disinvolto del potere. 
 Oggi tutto questo non c’è più e quando i dirigenti del Meeting dicono «finalmente, perché è finito un equivoco», vogliono dire in sostanza due cose. La prima è che i ciellini continuano - ci mancherebbe - a occuparsi di politica, tanto è vero che sono felici che al Meeting venga Renzi. Ma ci si occuperà di politica perché la politica fa parte della realtà, non per cercare un’occupazione di posti. Certo ci sono ancora resistenze, da parte di alcuni ciellini, diciamo così, «nostalgici»: ma il nuovo vertice del movimento è convinto che sia molto meglio, perlomeno in questa fase, stare fuori dal Palazzo. «Certi nostri amici, con i loro comportamenti in politica, hanno fatto più danni al movimento dei nostri nemici», è il pensiero di coloro che oggi stanno ai vertici di Cl. 
 Il secondo motivo per cui la fine di quella stagione è considerata provvidenziale è ancora più semplice. Ne abbiamo già fatto cenno. La fine dei ciellini al comando della politica servirà anche, si spera, a richiamare l’attenzione sul vero messaggio del Meeting. Il titolo di quest’anno sembra come al solito fin troppo complesso: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?». Ma non è un tema astratto da sfizio intellettuale. «In fondo di che parlate voi giornalisti», dicono qui al Meeting, «quando parlate del “vuoto” che porta i ragazzi ad ammazzarsi di pasticche, nelle discoteche ma anche nelle scuole? Che cos’è il vuoto se non la mancanza di qualcosa di cui tutti avvertiamo il bisogno?». E di questa mancanza e di questo bisogno verranno a parlare cattolici e musulmani, ebrei ed atei come Bertinotti, ucraini e russi.  
 Ecco, questo interessa agli organizzatori del Meeting, più che la politica. Per dire: il cuore della kermesse, per chi l’ha ideata e per la stragrande maggioranza di chi ci verrà, non è la visita di Renzi, ma la mostra su «Abramo e la nascita dell’io». Insomma temi un po’ più alti di qualche posto da sottosegretario o di una scissione dell’Ncd. 

In tutta onestà, è difficile che trovi un intervento meno condivisibile di questo. Il fatto che Cl non annoveri attualmente ballerini di prima fila all'interno dei diversi dicasteri non significa che i suoi esponenti abbiano rinunciato al potere. Continuano invece a possederlo, maneggiarlo ed esercitarlo in diverse forme, modi e luoghi: dalle assemblee ragionali a quelle comunali, dalle aziende ospedaliere ai consigli di amministrazione delle partecipate. Cl non è mai stata, non è, e non sarà mai un'associazione di fedeli di carattere squisitamente teologico-culturale; è invece un movimento ecclesiale a vocazione chiaramente politica e militante. 
Chiunque faccia politica, ad ogni livello, in alcune regioni italiane, con Comunione e Liberazione e con il consenso che riesce a veicolare deve necessariamente fare i conti. 

domenica 16 agosto 2015

La brava gente del giorno dopo

Giustamente - e coerentemente con quello che dovrebbe essere lo spirito evangelico della religione cristiana - quel balordo di Salvini è stato fatto oggetto di aspre critiche da parte di alcuni esponenti del mondo cattolico.
Allo stesso modo, secondo me, meritano di essere giudicati i sostenitori di Salvini: quelli che io chiamo "la brava gente del giorno dopo".
Costoro, quando li si pungola, sostengono di voler difendere l'assetto sociale e culturale del nostro mondo dalle destabilizzazioni che potrebbe portare un'invasione massiccia di migranti, e per questo dicono 1) di essere contro i clandestini, 2) che i migranti andrebbero aiutati a casa loro.
Peccato che poi A) non sono in grado di distinguere tra un clandestino e un richiedente asilo (anche ragionando dal punto di vista puramente pragmatico mi si dovrebbe spiegare come si rimanda a casa un migrante che fugge da una zona di guerra come la Siria o la Libia; ce lo riaccompagna Bonanno?); B) non sanno spiegare come si aiutano a casa loro quelli che scappano dalla fame e dalla violenza di Paesi che si trovano in condizioni socio-economiche disastrose (per aiutarli davvero a casa loro occorrerebbero cifre ben superiori a quelle da cui si ricavano i 35 euro al giorno che si dice servano per il mantenimento di un richiedente asilo...).
Però, in compenso, sono sempre pronti a sfoderare facce da funerale e a esprimere "sincero dolore" quando il dramma epocale delle migrazioni dal sud del mondo si punteggia di tragedie la cui gravità non può essere nascosta né elusa: si comportano, insomma, da perfetti sepolcri imbiancati.
Guardando alla Storia, ne sono certo, quasi tutti quelli che ragionano così si indignano di fronte alla Shoah; c'è da scommettere, però, che se fossero vissuti settant'anni fa, avrebbero chiesto il respingimento degli ebrei in fuga dalla Germania nazista perché ci sarebbero costati 35 euro a testa al giorno...

giovedì 6 agosto 2015

Contro gli integralisti

Si è diffusa la notizia che, in provincia di Brescia, gruppi di integralisti cattolici vorrebbero avviare delle scuole elementari parrocchiali che, contrapponendosi tanto alla scuola pubblica quanto al sistema delle paritarie riconosciute dallo Stato, impartiscano ai bambini frequentanti un'educazione modellata su schemi ultra-tradizionalisti: in particolare si vorrebbero creare ambienti "formativi" in cui non si insegni il rispetto di ogni orientamento sessuale, ma si rappresentino gli omosessuali come una genia di repellenti mutanti.
Personalmente credo che di progetti del genere si dovrebbe sancire l'illegalità sulla base di due considerazioni: 1) La scuola dovrebbe salvaguardare il processo di inclusione del bambino nel corpo sociale; schemi formativi del genere sembrano fatti apposta per creare degli adulti sociopatici e complessati; 2) Un ambiente scolastico di quel tipo, riproponendo il modello che nei paesi islamici è talvolta in uso nelle madrasse, rappresenta una palese violazione della libertà all'insegna della quale, in regime democratico, è essenziale che qualsiasi percorso di crescita si compia.

mercoledì 5 agosto 2015

Per la Rai

Mi riesce difficile non guardare con somma indifferenza alle manovre in atto intorno alla Rai nelle ultime settimane. Magari il cda nominato secondo le nuove regole potrà anche produrre buoni risultati; ma anche se così fosse, si tratterebbe soltanto di una temporanea boccata di ossigeno per una tv pubblica che potrebbe essere risanata dalle indebite ingerenze della politica - me ne sono ahimè convinto nel corso degli anni - solo attraverso una sua completa privatizzazione.
Lo Stato,  fra l'altro,  riuscirebbe a ricavarne un po' di quattrini in un momento in cui ne ha sommamente bisogno...